STORIA

Ortona e l’occupazione francese: gli esiti finali

Esercito francese ai tempi dell'occupazione

Esercito francese ai tempi dell'occupazione

Riprendiamo la drammatica storia dell’occupazione francese di Ortona, tra la fine del 1798 e l’inizio del ’99.

Le sommosse anti repubblicane

Le prime sommosse anti repubblicane avvennero tra il 31 gennaio e il 1° febbraio. I primi agitatori furono sei, secondo la testimonianza di Uomobuono delle Bocache. Filippo la Fazia, artigiano di S.Vito, giunto in Ortona il 31 Gennaio per agitare le acque, lo speziale Pasquale Torrese, originario di Canosa, ma da anni abitante in Ortona, il campagnolo Vincenzo Rapino, il notaro Vincenzo Recchini, lo studente Gaetano Gianvito, e il chierico Tommaso Cieri.

Le sommosse spontanee

Le prime sommosse ebbero carattere del tutto spontaneo, il solo La Fazia probabilmente aveva già esperienze del genere. Casualmente a Ortona si trovavano alcune figure di spicco per i repubblicani. Luis Pecul, un commissario francese presso la Fortezza di Pescara, era ad Ortona alla ricerca di vino e viveri; con lui un giacobino pescarese, Cristofaro Basile. Per altri motivi erano in città due giacobini di Vasto, Filippo Tambelli e Paolo Codagnone. Questi, diretti a Pescara via mare, erano approdati a Ortona a causa del vento contrario. Alterisio Magnarapa era invece un giovane ortonese che faceva da interprete per i francesi. Tutti furono catturati e condotti nelle prigioni.

Arrivano i sanfedisti

La notte del 1° febbraio passò tranquillamente ma il giorno successivo, verso le 11,30, arrivarono a Porta Caldari diverse centinaia di sanfedisti, forse un migliaio. Circa 300 erano quelli di S.Vito e dintorni, guidati da Filippo la Fazia, poi c’erano quelli di Frisa, circa 400 guidati da Coladamo Colacioppa; erano presenti anche sanfedisti di Fossacesia, Rocca, Guardiagrele, e di Caldari, secondo il cronista De Chiara. Gli ortonesi erano preoccupati da questa massa di facinorosi, e i fatti presto gli avrebbero dato ragione.

Bandiera dei Sanfedisti

Bandiera dei Sanfedisti

Ortona messa a ferro e fuoco

Nella piazza pubblica furono portati sette cannoni per le celebrazioni della presa di Ortona, il tutto organizzato dal tenente Morelli aiutato da un certo Carlo Di Pietro. La situazione precipitò quando si sparse la voce che a preparare le cartucce dei cannoni fosse un giacobino traditore, e la gente insorse assaltando il palazzo comunale, arrestò il Di Pietro, distrusse le carte del comune e lo stesso palazzo fu ridotto quasi in macerie.

Le perdite storiche

Fu una perdita gravissima sotto il profilo storico. In piazza fu acceso il fuoco, e a Ortona regnò l’anarchia completa, e ciò contribuì alla reazione ortonese contro questa sorta di “colpo di stato” portato da stranieri. Soprattutto secondo il Bocache l’orgoglio per la propria storia, essendo stati perduti i documenti precedenti all’anno 1584, inclusi regesti federiciani e aragonesi. Ma prima di ciò i sanfedisti imperversarono ancora per la città, prendendo dal carcere i due cavalieri che la mattina avevano presieduto alla cerimonia dei cannoni che vennero trucidati nella piazza e successivamente dati alle fiamme. Lo stesso avvenne per Codagnone del Vasto; gli fu persino impedito di confessarsi e venne fucilato e poi bruciato. Le violenze furono talmente terribili che evitiamo di rievocarle nei minimi dettagli.

Grandi perdite di documenti storici

Grandi perdite di documenti storici

La lettera falsa

I fatti procedevano a gran velocità; la notte tra il 2 e il 3 gli uomini più responsabili di Ortona si riunirono per prendere provvedimenti affinché la città non restasse in balia delle violenze insensate dei forestieri. L’idea fu semplice e al tempo stesso tanto geniale quanto rischiosa. Il mattino del 3 fu recapitata una lettera del capo popolo Pronio, rispettato e riconosciuto dai sanfedisti, che diceva di lasciare Ortona per dirigersi verso Ripa Teatina, senza ulteriori massacri. La lettera era falsa. Fortunatamente il “gioco di prestigio” riuscì senza destare sospetti e i sanfedisti abbandonarono Ortona, portando con sé Pecul e Magnarapa, unici superstiti della giornata precedente. Pecul fu tuttavia giustiziato in seguito a Guardiagrele – tanto che la città sarà poi incendiata per rappresaglia dal Comandante Coutard – mentre Magnarapa riuscì a fuggire e far perdere le proprie tracce.

La figura di Armidoro De Sanctis

Armidoro De Sanctis è la figura che emerge a questo punto, dettando il nuovo corso per Ortona. Con saggezza questo convocò nella chiesa di San Francesco un’assemblea generale dei cittadini. In questo modo le decisioni sarebbero state prese da tutti, in una sorta di democrazia temporanea. Si decise di gestire la città tra “paesani”, respingendo sì i francesi invasori, ma anche i sanfedisti distruttori. Il barone De Sanctis organizzò la difesa di Ortona. Furono create barricate presso le mura, impedendo in qualsiasi modo l’afflusso di forestieri alla città, le quattro porte delle mura furono sprangate. Le due di Santa Caterina e di Caldari con catenaccio, le altre a terrapieno della Marina o del Carmine e di San Giacomo o Santa Maria, e si distrussero le strade per impedire il passaggio di cannoni provenienti da Pescara e Chieti.

I francesi riprendono Ortona

Le munizioni però erano poche, e vennero inviati emissari a Barletta per acquistare fucili e cannoni. L’esercito francese intanto si era organizzato dalla fortezza di Pescara, capeggiato da Luis Coutard con 2000 uomini, il quale partì il 17 febbraio verso Ortona, giungendo il giorno successivo. Dopo che gli ortonesi in un primo momento, e con grande valore, riuscirono a respingere l’assalto francese, qualche giorno dopo la città venne presa e i paesani dovettero arrendersi. Coutard non riuscì a impedire che le truppe si vendicassero contro gli ortonesi, e la preda più importante del saccheggio fu ancora una volta la Cattedrale di San Tommaso: fu staccata la testa del busto d’argento del santo, e la chiesa stessa fu incendiata.

Una veduta di Ortona

Una veduta di Ortona

Le conseguenze a lungo termine

Il 20 febbraio tutto era finito, le truppe partirono alla volta di Lanciano e i prigionieri in vita vennero trasferiti a Pescara o, peggio, fucilati. Gli ortonesi avevano dimostrato grande valore nella difesa della città, tuttavia questa si era rivelata inutile e la distruzione che aveva portato avrebbe avuto pesanti ripercussioni sociali ed economiche per i successivi decenni.

Ortona e l’occupazione francese: gli esiti finali ultima modifica: 2019-01-02T11:34:01+02:00 da Andrea La Rovere

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